“Identikit”: la rubrica che racconta i dirigenti della FIB. Ecco l'intervista di Marco Ziraldo: 

 

NOME: MARCO

COGNOME: ZIRALDO

DATA E LUOGO DI NASCITA: 10/08/1980, SAN DANIELE DEL FRIULI

PROFESSIONE: IMPIEGATO

DELEGA: CONSIGLIERE FEDERALE

 

Le bocce, per lei, rappresentano molto più di un semplice sport. Quanto ha influito la sua famiglia?

«Ho iniziato a giocare all’età di sei anni, sai i miei genitori gestivano il bocciodromo di Fagagna e mio papà, in qualità di coach, mi ha fatto crescere in un contesto dove le bocce erano di casa».

 

C’è un momento particolare in cui ricorda di aver fatto l’upgrade?

«Il mio percorso lo definirei variegato: fino ai 17 anni ho giocato nella società Quadrifoglio, ma il vero salto di qualità è arrivato nel 2002, quando la Tubosider di Asti iniziò ad apprezzare le mie qualità e decise di investire su un profilo come il mio. Ricordo ancora l’emozione di quel momento: reduce dalla vittoria del campionato del mondo, mi sentivo al contempo orgoglioso e motivato, consapevole che una serie di circostanze favorevoli stava aprendo la strada a una nuova fase della mia carriera. È stato un periodo di grande entusiasmo e di fiducia in me stesso, che ha segnato una svolta decisiva nella mia crescita sportiva».

 

Cosa le hanno lasciato gli anni trascorsi ad Asti?

«Con loro, nei cinque anni trascorsi insieme, mi sono preso belle soddisfazioni: ho vinto un campionato italiano a squadre di Serie A e una Coppa Europa. Poi però, al termine del quinquennio in Piemonte, ho deciso di rincasare. Principalmente per motivi familiari e lavorativi. Non mi pento perché, fortunatamente, sono riuscito a replicare quanto di buono fatto ad Asti anche con la San Daniele del Friuli, dove sono approdato dopo il mio definitivo rientro».

 

C’è una vittoria che, più di tutte, sente sua?

«Con la Nazionale ho vinto due Campionati del Mondo, due Europei e una medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo in Spagna, tutti nel tiro progressivo. Ma se devo scegliere un momento simbolico, penso al Mondiale del 2002 in Francia. In finale affrontai il beniamino di casa, Grail, che fino a quel momento era imbattuto: aveva conquistato cinque ori consecutivi e si preparavano a celebrare il sesto, tanto che la gara era trasmessa in diretta sulle reti nazionali francesi. In quell’occasione colpii 49 bocce su 50, contro le sue 46, riuscendo a strappargli il titolo mondiale. È stata un’emozione indescrivibile. Venivo da sconfitte pesanti nelle edizioni precedenti e vincere in Francia, davanti al loro pubblico e con il supporto della mia famiglia, è stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita».

 

Lo sport ad alto livello richiede un’etica del lavoro non indifferente. Come ha trovato il suo equilibrio?

«Conciliare la vita lavorativa, familiare e sportiva non è facile, soprattutto nelle fasi in cui è richiesto un impegno maggiore, tra gare e allenamenti. Sono necessari sacrifici, e il tempo – se vuoi dedicarti alla disciplina nel migliore dei modi – forse devi toglierlo altrove. Io, constatate le mie esigenze personali, ho fatto delle scelte precise: giocare vicino casa, ma in delle realtà comunque importanti e degne di nota».

 

Essere padre cambia la prospettiva di un uomo?

«Essere papà è impegnativo, forse il mestiere più complicato. Ho tre figlie: la più grande ha 15 anni, la seconda 14 e l’ultima 8. Quattro femmine in casa compresa mia moglie Marta, ti lascio immaginare…».

 

Come vede crescere le nuove generazioni?

«La società sta evolvendo e lo vedo soprattutto con la più piccola, che apprende dalle sorelle maggiori: smartphone, social e la tecnologia in generale sono pervasive, rispetto al passato percepisco forti cambiamenti».

 

Con tre figlie femmine, non ha mai pensato a un maschietto?

«Mi sarebbe piaciuto, sì, ma mia moglie mi ha gentilmente fatto notare — con affettuosa fermezza — che dopo tre figli fosse forse il caso di placare ogni ulteriore entusiasmo paterno. Se non altro per ricevere un po' di supporto e solidarietà in casa. Come puoi immaginare, non ho molta voce in capitolo: decidono le donne (ride, ndr). Addirittura, il nostro cane è femmina, insomma sono isolato e in minoranza, però fortunato di essere circondato da amore e affetto».

 

Ci descrive il suo ambiente professionale?

«Oltre ad essere papà, sono un impiegato dell’ufficio acquisti in una cooperativa. Lavoro da vent’anni lì, ci occupiamo della gestione dei servizi per l’ambiente: dalla raccolta rifiuti alle pulizie in vari enti privati e pubblici. Mi piace molto perché il mio curriculum formativo l’ho indirizzato verso questo mondo, per cui faccio qualcosa di consono con quelle che sono le mie competenze».

 

Quando ha la possibilità di prendersi una pausa, cosa le piace fare?

«Nei momenti di svago e relax che riesco a concedermi, seguo piacevolmente lo sport, soprattutto il calcio e la pallacanestro. Qui a Udine abbiamo entrambe le squadre e, tempo permettendo, le seguo sia in casa che in trasferta. E poi, grazie ad una delle mie figlie, mi sono avvicinato anche alla pallavolo: mi piace seguirla e supportarla nelle varie partite che disputa durante l’anno».

 

Montagna o mare?

«Ho due prototipi di vacanze ideali: in inverno prediligo la montagna, nonostante io eviti di cimentarmi nello sci per paura di infortunarmi. È però un’occasione per trascorrere dei momenti con la mia famiglia: loro si dedicano alle discese, mentre io mi godo la baita. In estate, invece, spazio alla classica settimana in spiaggia, dove gli ingredienti principali sono sole, mare e relax».

 

E se dovesse descriversi con tre parole?

«Se dovessi connotarmi con degli aggettivi, mi definirei innanzitutto una persona pacata, cordiale ed equilibrata. Non sono litigioso, al contrario cerco di spegnere il fuoco quando si accende. Arrabbiarmi, come sostiene anche mia moglie, non è proprio nella mia indole. E, secondo me, lei un po' si dispiace per questo (ride, ndr). La priorità è quella di trovare dei punti di incontro, disinnescare e camminare insieme verso una direzione comune».

 

Guardando avanti, qual è l’obiettivo che accompagna il suo impegno nelle bocce?

«Il mio sogno è quello di diffondere in modo capillare la nostra disciplina, affinché tutti – ragazzi compresi – possano apprezzarla nel modo giusto ed esserne orgogliosi. Le bocce custodiscono qualcosa di grande, fatto di valori, tradizione e competizione sana. Credo che il nostro compito sia proprio questo: far capire quanto questo sport abbia da offrire e trasmetterlo alle nuove generazioni».

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