“Identikit”: la rubrica che racconta i dirigenti della FIB. Ecco l'intervista di Flavio Stani:
NOME: FLAVIO
COGNOME: STANI
DATA E LUOGO DI NASCITA: 28/03/1956, ROMA
PROFESSIONE: EX FUNZIONARIO DELL’UFFICIO AFFARI DIPLOMATICI DELLA
PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA PER L’ATTIVITA’ INTERNAZIONALE
DELEGA: CONSIGLIERE FEDERALE
Quando nasce il suo legame con il mondo delle bocce?
«Ho iniziato a giocare da bambino, sulla spiaggia, grazie a mio papà che mi ha trasmesso questa passione. Vedendomi vincere praticamente tutte le gare, decise di farmi provare sui campi. La prima gara ufficiale la disputai con la Pinetina di Ostia e la vinsi: sono ricordi che custodisco piacevolmente nella mia memoria. Da lì ho continuato il percorso, vincendo campionati italiani, campionati di Serie A e molte altre competizioni».
Ci racconta il suo ingresso nella dirigenza?
«Tutto è nato per la grande amicizia che mi lega a Marco Giunio De Sanctis. Nel 2016 lo appoggiai durante la sua campagna elettorale per la presidenza federale: ho sempre creduto nelle sue potenzialità e, ad oggi, lo reputo uno dei migliori manager sportivi che l’Italia abbia mai avuto. Una volta insediato, mi chiese prima di ricoprire il ruolo di coordinatore della specialità raffa e successivamente quello di Presidente Regionale. A settembre 2024, poi, sono entrato in Consiglio Federale: è un ruolo che vivo con grande responsabilità, ma sono anche consapevole che nella vita esistono stagioni per tutto. Al termine del mandato, vista la mia età, credo che continuerò a seguire le bocce da spettatore».
La sua vita privata ci parla di un’educazione molto libera e consapevole. Quanto ha influito su chi è oggi?
«Sono cresciuto in una famiglia che ha sempre lasciato me e i miei fratelli liberi di sperimentare. Mio fratello, Roberto, a quindici anni, andò prima a Bolzano per la raccolta delle mele e poi in Giamaica per imparare l’inglese. Il mio percorso è stato forse più attento e lineare, ma sempre frutto di scelte personali, mai imposte dalla famiglia. Questo mi ha reso consapevole e responsabile».
Famiglia, figli e nipoti: che spazio occupano oggi nella sua vita?
«Sono sposato e ho due splendidi figli, di cui sono molto orgoglioso. Il più grande mi ha regalato tre nipoti, di cui sono innamoratissimo. Diventare nonno apre davvero una nuova porta nella vita: con loro ho un rapporto molto amicale, simile a quello che avevo con mio padre. Io – ad esempio - non l’ho mai chiamato “papà”, ma sempre per nome, Ennio. Era un rapporto d’amicizia, anche se quando si arrabbiava era tremendo. Lui ha avuto il merito di insegnarmi che, con rispetto e buone maniere, si può ottenere tutto».
In parallelo allo sport, la sua carriera lavorativa è segnata da una forte esperienza nelle istituzioni dello Stato. Cosa le ha lasciato quel periodo?
«Ho dapprima comandato un reparto di confine della Guardia di Finanza a Trieste, a seguire sono approdato al Cerimoniale Diplomatico della Repubblica del Ministero degli Esteri, occupandomi dell’attività internazionale e dell’organizzazione dei viaggi ufficiali del Presidente della Repubblica, del Ministro degli Esteri e del Presidente del Consiglio. È stata una fase molto formativa, che mi ha permesso di viaggiare spesso, partecipare a voli di Stato e conoscere Presidenti e rappresentanti istituzionali di tutto il mondo».
C’è un episodio che probabilmente non dimenticherà mai?
«Nel 94’ mi trovavo in viaggio in Argentina, Cile e Uruguay insieme all’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. In quei giorni si respirava un clima particolare: era in programma la finale di Coppa Sudamericana tra Uruguay e Argentina. Noi arrivammo il giorno prima della partita e ci regalarono dei biglietti in tribuna d’onore. Eravamo felicissimi ma, a circa due ore dal fischio d’inizio, il Presidente decise improvvisamente di ripartire per Roma. Così, con l’amaro in bocca e immenso dispiacere, ci dirigemmo in aeroporto, lasciando la finale alle nostre spalle».
Trentadue anni fa ha vissuto un’esperienza che difficilmente si dimentica. Ce ne vuole parlare?
«Il 9 agosto di 32 anni fa stavo vivendo una giornata che doveva essere di pura passione e amicizia. Ero con la mia barca insieme a quattro amici, alle Secche di Tor Paterno, per fare immersioni e pescare, un’altra mia grande passione oltre allo sport.
A un certo punto mi sono accorto che la barca stava imbarcando acqua. Abbiamo provato a rientrare verso la costa, ma il motore si è improvvisamente spento. Nel giro di poco tempo la situazione è precipitata e abbiamo fatto naufragio.
È stata un’esperienza che mi ha segnato profondamente: momenti di paura, ma anche di grande lucidità e solidarietà tra noi. Sono episodi che non si dimenticano e che ti insegnano il valore della vita e della responsabilità».
E il pesce pescato quel giorno?
«Ahimè, è rimasto sulla barca… c’era anche una cernia di una quindicina di chili. Mannaggia!».