“Identikit”: la rubrica che racconta i dirigenti della FIB. Ecco l'intervista di Alessandro Bianchi:
NOME: ALESSANDRO
COGNOME: BIANCHI
LUOGO E DATA DI NASCITA: 14/11/75, RHO
PROFESSIONE: FUNZIONARIO FISSW
DELEGA: CONSIGLIERE FEDERALE
Partiamo dall’inizio: quando entrano le bocce nella tua vita?
«Prestissimo. Avevo quattro o cinque anni e, più che una scelta, è stata una sorta di eredità familiare: mio padre e mio zio giocavano, io li seguivo. Per molti anni le bocce sono state centrali nella mia vita, fino ai vent’anni circa. Poi, come succede spesso, arrivano nuove passioni, altri impegni, e l’agonismo lascia spazio ad altro. Ma il legame non si è mai davvero spezzato».
Hai attraversato lo sport in ruoli diversi e in contesti anche molto lontani tra loro. L’ultimo cambiamento riguarda il passaggio dalla FIB alla FISSW. Guardando al tuo percorso, cosa resta invariato, nonostante i cambiamenti?
«Il passaggio dalla FIB a un’altra Federazione Sportiva Nazionale come la FISSW mi ha permesso di approfondire le dinamiche legate al mondo dello Sport con uno sguardo ancora più ampio, soprattutto dal punto di vista umano. Cambiano le discipline, cambiano i contesti e anche le dinamiche quotidiane, ma quello che conta davvero resta sorprendentemente simile. In entrambe le realtà ho ritrovato lo stesso prezioso filo rosso fatto di passione, agonismo e volontariato. È lì che si riconosce l’essenza più autentica dello sport: persone che investono tempo, energie e competenze al servizio di qualcosa che va oltre il risultato. Ed è forse proprio questa la sua magia più grande».
Fuori dallo sport, però, c’è un’altra grande protagonista: la musica. Violoncello, orchestra, una casa piena di archi. Quanto c’è di questo nel tuo modo di stare al mondo?
«Mi ha insegnato che l’armonia è un obiettivo, non un punto di partenza (ride, ndr). «La musica dona disciplina, ascolto e senso del tempo, ma anche l’idea che non tutto sarà mai perfettamente accordato così nell’orchestra come nella vita. E va bene così».
Potremmo paragonare il Consiglio Federale a un’orchestra?
«Beh si, anche se i musicisti, si sa, sono un po’ scapigliati… (ride, ndr). Ma è proprio lì che nasce la ricchezza. L’importante è sapere quando entrare e quando fermarsi. Come in un brano: c’è sempre un inizio e una fine».
Hai studiato e scritto di diplomazia storica – arte dell’equilibrio. Quanto ti ha aiutato la diplomazia nella gestione dei rapporti, sportivi o meno?
«Credo che la diplomazia sia piuttosto l’arte del possibile – e talvolta anche dell’impossibile. Studiare figure che hanno fatto della mediazione il loro modo di stare al mondo ti cambia lo sguardo. Ti insegna che la realtà non è mai tutta bianca o tutta nera, ma una variegata gamma di grigi. E che, come diceva un politico del passato “le cose vanno valutate per quello che sono, non per come vorremmo che fossero”».
Sport, storia, musica: sembra tutto molto ordinato. Sei davvero così?
«Assolutamente no. In realtà sono piuttosto disordinato (ride, ndr). Forse è proprio per questo che ho cercato ordine nello studio, nella musica, nelle strutture. Diciamo che le mie passioni mi tengono in equilibrio».
Domanda secca: una parola per definirti oggi.
«In cerca».
In cerca di cosa?
«Di fare le cose nel modo giusto con grande umiltà. O almeno di provarci».
Al di là dei ruoli e delle etichette, cosa ti piacerebbe che restasse – anche in maniera silenziosa –del tuo modo di esserci?
«Una disponibilità reale all’ascolto. L’idea di aver dato qualcosa senza imporre nulla. Nessuno ha la bacchetta magica e prima di noi ci sono state molte persone che hanno dato contributi importanti. Per questo non credo alle rivoluzioni immediate, bensì alla costruzione paziente di una strada condivisa».
A margine, Bianchi aggiunge un riferimento che chiarisce ulteriormente il suo approccio:
«Oltre al libro sulla diplomazia, ho scritto anche un volume su Agostino Depretis, politico italiano dell’Ottocento. Fu accusato di trasformismo e di molte altre cose, ma in realtà fece della mediazione una vera bandiera, una forma del vivere. Ecco, credo che lui avesse pienamente ragione».