A Paularo uno stage U15, U18 all'insegna di divertimento, risate, bocce...ma non solo!
A Paularo, nella Val d'Incarojo (o, come puntualizza l’amico “paularino doc” Luca, più propriamente nella Val Chiarsò), ai piedi del Monte Sernio, gli Under 15 e gli Under 18 del Friuli Venezia Giulia hanno vissuto il tradizionale stage estivo organizzato dal Delegato del Comitato di Udine Raffaele Venturini.
Un'esperienza che rappresenta un autentico unicum nel panorama nazionale e della quale il Friuli Venezia Giulia può andare orgoglioso. Un'iniziativa nata quasi in sordina, cresciuta anno dopo anno fino a diventare un appuntamento atteso dai ragazzi, grazie soprattutto alla loro voglia di stare insieme e alla straordinaria accoglienza della comunità di Paularo. Ospitati in due strutture del paese, i partecipanti si sono spostati sempre a piedi tra gli alloggi, il Bar al Cavallino, dove Lucia, Monica e Paolo li hanno accolti per pranzi e cene, e l'area del camping, dotata di quattro campi all'aperto e, da quest'anno, anche di un impianto di illuminazione. Un piccolo dettaglio, forse, ma che ha contribuito a rafforzare quello spirito di condivisione che rende questo appuntamento così speciale.
L'edizione 2026 ha portato con sé due importanti novità: per la prima volta lo stage è stato aperto anche agli Under 18 e ha accolto ragazzi provenienti da tutto il Friuli Venezia Giulia, assumendo una dimensione davvero regionale. Lo stage si è svolto da giovedì a domenica. Dopo la partenza dallo Stadio Friuli, nel pomeriggio di giovedì i ragazzi sono scesi in campo per le prove tradizionali, il tiro tecnico e le prove veloci. Venerdì mattina, accompagnati dall'esperta guida del CAI Isidoro, si sono addentrati nei boschi di Paularo. Partiti da Castel Valdajer, hanno percorso la nuova strada forestale fino a Casera Culet. Sabato è stato dedicato alle prove atletiche, rigorosamente "multidisciplinari": dalle bocce ai gonfiabili, passando per il calcetto, con la convinzione che ogni occasione fosse buona per sfidarsi... e divertirsi. Domenica, con un po' di stanchezza nelle gambe, è andata in scena l'ultima e forse più attesa prova dello stage: la tradizionale "baraonda gastronomica", dove, almeno per una volta, il risultato finale interessava soprattutto il palato di tutti.
Quelli appena trascorsi sono stati quattro giorni in cui lo sport è sembrato tornare a essere ciò che ciascuno di noi ha conosciuto da bambino: un gioco. Quello che, in fondo, dovrebbe continuare a essere. Un gioco fatto di risate, ironia, condivisione, ma anche di sani e simpatici "sfottò", capaci di consolidare i rapporti e crearne di nuovi. Ed è così che ciascuno ha finito per mettere da parte il proprio nome e cognome, o perlomeno la loro ufficialità, per diventare qualcosa di diverso, unico e irripetibile. Riky (Riccardo), Tommy (Tommaso), Aury (Aurora), Gio (Giovanni), Benny (Diego), Matty (Mattia), Gallo (Simone), Scoddy (Alberto), Lollo (Lorenzo), Muz (Christian), Lipo (Jacopo), Nik (Nicole), Diegjto (Diego): in questi giorni ognuno di loro si è ritrovato in un soprannome, nato da un episodio, una battuta, una gaffe o semplicemente da un momento condiviso. Un soprannome che, forse, racconta molto più di una carta d'identità.
Vivendo da vicino questi ragazzi, oltre a imparare (forse) a distinguere le minime differenze tra due gemelli identici, a riconoscere la cadenza triestina, quella catanese della mascotte del gruppo o il friulano ruspante di chi arriva da San Durì, viene inevitabile pensare che certe rivalità, talvolta percepite durante le competizioni ufficiali, abbiano ben poco a che vedere con loro. Se davvero esistono, sono figlie di aspettative e osservazioni adulte, del tutto estranee al modo semplice, autentico e spontaneo con cui questi ragazzi vivono lo sport. Un concetto che si incarna perfettamente nella figura dell'"assistman" (così si è definito il protagonista): colui che, con altruismo e una certa fierezza da frontman, è sempre pronto a fornire assist (di qualsiasi tipo) ai propri amici. Amici che sono amici, senza maglia…
L'auspicio è che questo appuntamento diventi sempre più un punto fermo del calendario giovanile regionale e un modello anche per altre realtà. Ma soprattutto che tutte le società comprendano il valore di esperienze come questa, incoraggiando anche i ragazzi più timidi a partecipare. Perché giornate come queste non hanno i colori di una società: appartengono ai ragazzi. E ricordano a tutti noi quanto sia bello, prima ancora che importante, "zuiâ insieme".

















